In Terapia Intensiva Neonatale il silenzio non esiste davvero. È un ambiente attraversato da suoni continui: monitor, ventilatori, segnali acustici che scandiscono il tempo clinico. In questo spazio ad alta tecnologia, negli ultimi anni sta trovando posto una pratica semplice e profondamente umana: la lettura ad alta voce dei genitori ai neonati prematuri.
Non si tratta di un gesto simbolico o di conforto emotivo fine a se stesso. La letteratura scientifica internazionale sta iniziando a osservare con attenzione questa esperienza come intervento di supporto, capace di incidere sulla relazione precoce genitore-figlio e, potenzialmente, su alcuni aspetti dello sviluppo neurologico e linguistico.
Per molti genitori, la Terapia Intensiva Neonatale è un luogo sospeso. La paura convive con l’impotenza, mentre le cure sono affidate quasi interamente all’équipe sanitaria. In questo contesto, la possibilità di leggere ad alta voce restituisce un ruolo attivo e concreto, permettendo ai genitori di sentirsi parte del percorso di assistenza.
Diversi studi osservazionali e longitudinali indicano che l’esposizione precoce alla voce familiare e alla lettura condivisa in Terapia Intensiva Neonatale può essere associata a una maggiore stabilità delle competenze linguistiche e a punteggi neuroevolutivi più stabili nei follow-up dei bambini nati pretermine.
Le review scientifiche più recenti sottolineano però un punto fondamentale:
non siamo di fronte a una terapia, né a un intervento sostitutivo delle cure mediche. La lettura ad alta voce viene descritta come un supporto a basso rischio, con un elevato valore relazionale e un possibile beneficio sul piano comunicativo ed emotivo.
Alcuni studi longitudinali mostrano che i bambini esposti alla lettura in TIN presentano un declino meno marcato delle competenze linguistiche rispetto ai gruppi di controllo. Tuttavia, la comunità scientifica concorda sulla necessità di ulteriori studi controllati per chiarire tempi, modalità e reali dimensioni dell’effetto.
Questa prudenza non riduce il valore della pratica. Al contrario, rende necessario un racconto pubblico responsabile, capace di evitare illusioni e semplificazioni.
Secondo l’esperienza clinica della dottoressa Immacolata Savarese, pediatra e neonatologa con una lunga attività in Terapia Intensiva Neonatale presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, lo sviluppo del neonato prematuro non riguarda solo la sopravvivenza.
Nei primi mesi di vita il cervello è estremamente plastico e sensibile agli stimoli. La voce del genitore rappresenta uno stimolo particolare: è riconoscibile, prevedibile, carico di significato affettivo.
In un ambiente frammentato come la TIN, la voce familiare può diventare un elemento di continuità, una presenza stabile in un’esperienza inevitabilmente complessa per il bambino.
Il valore della lettura ad alta voce non riguarda solo il neonato. Per molti genitori, questa pratica ha un impatto diretto sul benessere emotivo. Permette di sentirsi utili, presenti, coinvolti. Non elimina la paura, ma offre uno spazio di relazione in cui il genitore non è solo spettatore.
È però fondamentale evitare un rischio spesso sottovalutato:
la lettura non deve diventare un obbligo né una prestazione genitoriale. Non misura la “bravura” di un padre o di una madre. Deve restare una possibilità, proposta con delicatezza e sempre nel rispetto delle condizioni cliniche del bambino e dei tempi emotivi della famiglia.
Anche il silenzio, quando un genitore non se la sente, è legittimo.
La lettura ad alta voce in Terapia Intensiva Neonatale non è una promessa di guarigione né una scorciatoia emotiva. È una pratica semplice che la ricerca scientifica sta esplorando con crescente interesse, riconoscendone il valore relazionale e il potenziale supporto allo sviluppo precoce.
Raccontarla con responsabilità significa riconoscere che la cura non è fatta solo di tecnologia.
In alcuni momenti, anche una voce familiare può diventare parte del percorso di assistenza, senza mai sostituirlo.
Per i genitori, questo significa una cosa essenziale:
non essere solo spettatori, ma presenza viva, anche dentro uno dei luoghi più complessi della medicina moderna.
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